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Diario > Febbraio 2010 > Il campus a Nairobi

Il campus a Nairobi

Sono partita da Torino con molte aspettative verso questo viaggio, il mio battesimo dell’Africa. È passata una settimana e ho avuto modo di pensarci e metabolizzarlo e vorrei scrivere un qualcosa di commento a posteriori. Come è andata?
Direi molto bene, anche se 15 giorni sono pochissimi, ma questo lo sapevo già prima di partire.
Avevo molto bisogno di questo viaggio, lo aspettavo da molto e sono contenta che sia avvenuto in questo momento della mia vita, al quarto anno del mio corso di studi. Cioè, in realtà se l’avessi fatto prima sarebbe andata bene comunque, ma aver passato tre anni ad aspettare, studiare, pensare all’Africa, alle baraccopoli, alla povertà, alla cooperazione… è stato utile per arrivare là “preparata”.
“Preparata”, cioè piena di dubbi e pochissime certezze, qualche informazione e conoscenza, tante cose che sapevo di voler conoscere, vedere, scoprire e capire.
Il primo impatto forte è stato arrivare alla chiesa domenica mattina. Ci siamo ritrovati di colpo attorniati da tantissimi bambini e poi senza neanche avere il tempo di salutarli siamo entrati nella chiesa dove si svolgeva la messa: 7 pischelli bianchi in mezzo ad un mare di teste nere che ci osservavano. E anche lì tantissimi bambini che si giravano a guardarci. Per un attimo mi è venuto da piangere. Non avevo mai visto così tanti bambini tutti insieme, e con sguardi così belli, curiosi, sorridenti e stupiti di vederci lì. È stata un’emozione fortissima.
L’impatto nelle baraccopoli invece è stato molto diverso da come me lo aspettavo. Forse sono troppo condizionata ormai da cinema e tv e mi aspettavo di trovarmi come in un film, tipo con scene drammatiche, dolore straziante e magari anche una colonna sonora che fa più pathos… e invece no, ho trovato strade piene di sole e brulicanti di macchine, matatu, bici, capre, e tanta, tantissima gente, donne e uomini che lavoravano, camminavano, compravano e vendevano, bambini e bambini ovunque che mi sorridevano e si mettevano in posa per le mie foto.
Strade con le fogne a cielo aperto, certo, e cumuli di immondizia ovunque in cui brucavano le capre e giocavano bimbetti piccolissimi i cui genitori chissà dove erano. E bambini che si facevano fotografare scalzi e con i vestiti rattoppati… tanta povertà e miseria, certo, quella me l’aspettavo, ma aveva un aspetto molto più dignitoso di quello che credevo, quasi normale.
 
Ce n’era uno in particolare, era seduto davanti a me, in braccio alla mamma e ci guardava. Era piccolino e a differenza degli altri bambini però non sorrideva divertito della nostra presenza; ci guardava e basta, tutto serio serio, e mi sentivo il suo sguardo addosso come se mi stesse chiedendo “ma cosa ci sei venuta a fare qua?”.
“Cosa ci sto a fare qua?”. È una domanda che spesso mi faccio e mi sono fatta in quelle due settimane a Nairobi.
Studiare cooperazione mi ha fatto venire spesso questo dubbio. E venire a Nairobi per me è stato soprattutto cercare di capire che cosa ci potrei stare a fare io in un posto così.

Conservo tante belle immagini di questo viaggio e spero davvero di poter tornare un giorno non troppo lontano ad approfondire ancora un po’ questa conoscenza appena iniziata.
Sono tornata a casa molto arricchita di esperienze e di spunti utili per pensare e riflettere sul mio futuro e preziosi anche per poter continuare a dare il mio contributo a World Friends qua in Italia, con più consapevolezza, motivazione ed entusiasmo.
  
Giulia Gazzaniga, World Young Friends
Posted: 25/02/2010 16.21.25 by World Friends Roma | with 0 comments