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Diario > Luglio 2010
Come promesso, questa volta vi racconterò un po’ di quel che succede tutti i giorni al Neema.
Comincio ad ambientarmi nella “giungla” e per ora, come potrete capire, ho sempre attraversato la strada con successo! Arrivo così di prima mattina in ospedale, un “chai” (il the con il latte che bevono tutti qui) insieme agli altri medici nella “doctor room” e poi parto insieme al Dott. Njogu.

Njogu è il direttore sanitario del Neema: piccoletto, sulla cinquantina, un bel sorriso, gli occhietti vispi e il passo pimpante. E’ kenyano, ma parla bene l’italiano perchè ha studiato medicina nel nostro paese grazie a una borsa di studio di World Friends. In questi primi giorni lo affianco: devo infatti imparare bene come funzionano le cose qui in Kenya  prima di poter fare qualcosa, altrimenti rischio di combinare un sacco di pasticci!
Dopo aver visto qualche paziente in ambulatorio ci chiamano dalla “casualty”, il pronto soccorso, perché c’è un’urgenza. Con passo incalzante ci dirigiamo sul posto. Entriamo e veniamo subito braccati dai famigliari che ci accompagnano dalla paziente. Cominciano a parlare con Njogu; io provo a capire qualcosa, ma ben presto vi rinuncio; d’altronde sarebbe come pretendere di leggere il sanscrito! Si aprono le tende e dietro, sdraiata sul letto, ecco che appare la ragazza. Avrà 26 anni, longilinea, un bel viso, accasciato però su un lato con gli occhi che traspaiono appena dalla fessura fra le due palpebre e la bocca semiaperta da cui esce una schiuma di un colore bianco-rosa. Il volto è completamente privo di espressione, a parte forse una sottile smorfia di dolore. Si direbbe un vegetale, uno di quei pazienti in coma vegetativo permanente.

Mentre i parenti continuano a parlare affannosamente, la visitiamo. E’ completamente andata. Le pupille sono reagenti, ma non risponde a nessuno stimolo: la chiamiamo, urliamo, le scuotiamo la testa, ma niente! Mille ipotesi diagnostiche cominciano a balenarmi nella testa, una più grave dell’altra. Penso: “Cacchio, poveretta, questa è spacciata! Avrà si e no la mia età..”. Testiamo il dolore. Le pizzico il trapezio dolcemente (quel muscolo che dal collo va sino alla spalla, dove tipicamente si fanno i massaggi), ma niente. Pinzo allora con più energia, ma nessuna risposta! Stringo quindi con tutta la mia forza il muscolo per qualche secondo, ma lei non fa una mossa, non si muove neanche di un millimetro. Gli sollevo allora la mano che, appena lasciata la presa, ricade pesantemente sul letto, come un sasso. L’infermiere mi spiega che il punto più sensibile per valutare la risposta al dolore (molto importante nella valutazione di questi casi) è il capezzolo. Si avvicina e lo stringe con forza. I miei occhi si stringono empaticamente in una smorfia di compassione, ma nulla! Non una piega. E’ in coma profondo! I parametri vitali sono stabili, ma lei non c’è, non è qui con noi.

Nel frattempo la storia si fa più chiara, intuiamo dal racconto dei pazienti che potrebbe trattarsi di una crisi epilettica. Stava camminando in casa, quando ad un certo punto si è irrigidita, è caduta a terra e ha cominciato a muovere convulsamente gli arti. Ora si trova nella cosiddetta fase post-critica. Non c’è da preoccuparsi: dormirà qualche ora, poi si sveglierà con un bel mal di testa ed andrà a casa. Tiriamo quindi un respiro di sollievo e torniamo al nostro lavoro.
Il caso m’intriga, sono curioso e, passata un’oretta, torno a dare un’occhiata alla paziente. E’ ancora in coma. Una mezz'ora dopo però, quando torniamo in casualty per vedere un altro paziente, apro la tenda per dare una sbirciatina e trovo il letto vuoto! Mi dicono che si è svegliata ed è tornata a casa. Che strano, penso! Non credevo che ci si potesse riprendere cosi velocemente da un coma tanto profondo. Beh, buon per lei!
La mattina dopo però ci richiamano dalla casualty ed assistiamo alla stessa scena. La ragazza, Margaret, è di nuovo in coma con la bava alla bocca. Che sfortuna penso, un'altra crisi epilettica! Con calma questa volta comincio a visitarla e, ad un attento esame neurologico, mi rendo conto che c’è qualcosa che non torna. La mandibola è serrata con una forza quasi disumana, mentre le braccia e le gambe sono flosce: se le lascio andare cadono a peso morto, ma ogni tanto sento qualche piccola contrazione di accompagnamento.
Possibile che simuli? Impossibile. Per sincerarmene ancora una volta le stringo nuovamente il trapezio con vigore, ma niente! Incredulo, sarei quasi tentato di stringerle il capezzolo come aveva fatto l’infermiere il giorno prima, ma non me la sento e pizzico quindi nuovamente il collo con tutta la mia forza. Non un battito di ciglio!
Parlando bene con i parenti e consci di quello che era successo il giorno precedente, capiamo che probabilmente non si tratta di crisi epilettiche, ma di una forma di Isteria, più precisamente un Disturbo di Conversione.
La crisi anche questa volta c’è stata, ma non è stata generata da un focolaio epilettico, da una scarica elettrica nel cervello. E’ psicogena, ovvero è causata dalla psiche, dalla mente della paziente stessa, a sua insaputa. Alla base di tutto ciò vi è un disagio emotivo, un conflitto intrapsichico che, invece di essere analizzato alla luce della coscienza, si “converte” in un sintomo somatico, ovvero trova la sua via di sfogo attraverso il corpo. Inoltre vi è spesso in questi casi quello che si chiama in gergo “vantaggio secondario”, ovvero queste persone attraverso queste crisi superano dei momenti di difficoltà, oppure comunicano ai propri cari il proprio disagio e il conseguente bisogno di aiuto (per esempio potrebbe esservi una crisi prima di un compito in classe, o all’inizio di una lite con il proprio marito).
 
Il fatto è che tutto ciò avviene inconsciamente! Margaret, dal momento in cui è caduta a terra non c’era già più ed una parte del suo cervello ha operato durante tutto quel tempo a sua insaputa. Chissà quali problemi l’avranno spinta a sviluppare una reazione del genere. Magari lavorava in fabbrica dieci ore al giorno e semplicemente non ce la faceva più a tirare avanti, però non poteva dirlo a se stessa e a chi le stava accanto, non poteva prendersi una settimana di ferie e ha tirato avanti fino a quando il suo corpo le si è rivoltato contro in quella maniera. Magari è stata obbligata a sposarsi con un uomo che non ama, ha appena scoperto di essere incinta ed è lacerata dal pensiero di questa creatura che non sente come sua. Magari ha perso i genitori quando era ancora piccola perchè malati di AIDS (molto comune), oppure ha subito qualche violenza quando era ancora piccola. Qualsiasi cosa fosse, lei non era in grado di esprimerla a parole e l’ha detta così, a suo modo e a sua insaputa, con quei movimenti convulsi della gambe e delle braccia.

Casi come questo non costituiscono una rarità e sono abbastanza comuni qui in Africa. Purtroppo spesso vengono interpretati da molte persone come fossero dei capricci, dei “rompiballe” come direbbero molti medici anche dalle nostre parti. Ho chiesto ad un infermiere cosa ne pensasse e mi ha risposto che era convinto che la ragazze simulasse! Probabilmente non era quello che gli aveva stretto il capezzolo…
Farò lo psichiatra e di certo non sottovaluto il potere della mente, ma certe cose un conto è studiarle all’università ed un altro è trovarsele davanti agli occhi. Mi immaginavo che queste persone potessero inconsciamente cadere a terra, dibattersi, urlare in preda ai loro conflitti inconsci, però raggiungere un coma così profondo e non reagire minimamente neanche ad uno stimolo doloroso che farebbe saltare in aria un moribondo, non l’avrei mai immaginato e stentavo a crederci con lei lì davanti.
Pensate che a volte si verificano addirittura degli episodi di “isteria di massa”! Trecento o più persone, fino a quel momento sane di mente, che d’un tratto “impazziscono”, cominciano a correre senza una meta per ore, danzano per giorni senza sosta o magari si grattano in continuazione, vedono demoni, le immagini dei propri antenati, si mordono l’un l’altro. Recentemente (Febbraio 2009) nel Nord dell’Uganda, nella scuola di Layamo, ben 60 ragazzi hanno cominciato uno dopo l’altro a correre selvaggiamente, urlare, mordersi l’un altro e picchiarsi con dei bastoni, sotto lo sguardo incredulo dei propri insegnanti!

Sono cose che si studiano sui libri: il nostro caso corrisponde proprio alla “grande crisi isterica” descritta da Charcot all’inizio del Novecento. Sono documentati nel nostro passato anche casi di “isteria di massa”: per esempio nel 1374 in Francia, nella valle del Reno, dove un centinaio di persone si misero a ballare senza sosta per giorni, in alcuni casi addirittura settimane, senza pause per mangiare o dormire!
Un tempo questi disturbi erano comuni anche nelle nostre società occidentali, mentre al giorno d’oggi sono pressoché scomparsi. Vi sono infatti delle forti componenti culturali alla base di questa modalità di espressione del proprio disagio (oltre all’influenza di fattori socio-economici e di eventuali eventi traumatici). Molti sostengono quindi che sia stato il progresso scientifico e culturale ad aver messo fine a questo tipo di patologie che persistono invece ancora in società più arretrate, che si trovano ancora ad uno stadio di sviluppo che noi abbiamo superato ormai da un centinaio di anni.
Questo ragionamento, che contiene in parte degli elementi di verità, misconosce però profondamente il peso di alcune differenze culturali che solo un antropocentrismo cieco potrebbe scambiare per arretratezza. D’altronde non saprei poi quanto si possa definire “progresso”, sviluppo, una ragazzina che a 17 anni, per assomigliare a qualche modella o per esprimere la propria sofferenza, “sceglie” di non mangiare più ed arriva a pesare 30 kg…

Tornando alla nostra Margaret, dopo averla lasciata continuavo a pensare a lei, a cosa poteva esserci dietro a tutto ciò, che tipo di problemi personali, sociali, economici, potevano averla portata sino a quel punto. Avrei proprio voluto provare a parlarci un po’, cercare di capirla e provare in qualche modo ad aiutarla.
Circa una mezz’oretta dopo, però, quando sono tornato per vedere come stava, gli infermieri mi hanno detto che era tornata a casa, allegra e sorridente, canticchiando! Probabilmente non ricorderà nulla dell’accaduto, a parte forse uno strano dolore al collo, di cui magari si lamenterà con i famigliari. E questi penseranno: “ Uff, un'altra magagna, tanto è tutto psicologico!..?”

Jean-Louis Aillon
World Young Friends
Posted: 21/07/2010 10.23.08 by nairobi office | with 0 comments


L’altro giorno a Lucky Summer, un quartiere dello slum accanto a Babadogo, ho visto un bimbo di sette anni portare sulle spalle un sacco molto più grande di lui, saltellando tra una pozzanghera e l’altra, con le sue ciabatte mezze rotte. Imparano da bambini e vanno avanti tutta la vita a portare pesi. Ho visto un uomo tirare un carretto che trasportava almeno quaranta casse di Cocacola. In discesa ad ogni passo faceva un balzo lungo due metri, atterrando frenava con i talloni e poi un altro passo lungo due metri in mezzo al traffico.
Qui la lotta per la sopravvivenza è più spietata che altrove e lo si vede anche da come guidano. Non ho ancora visto qualcuno fare il gesto di lasciare passare qualcun altro, anche se questo aiuterebbe a risolvere un ingorgo, né tanto meno ho visto qualcuno evitare di puntare e accelerare sul passante che sta attraversando la strada.
Così anche il mio amico con le sue quaranta casse di Cocacola sulle gambe si è visto tagliare la strada da un bus che ha scaricato una nuvola di fumo nero. Non è raro vedere dei motorini trasportare anche quindici casse di bottiglie impilate sul portapacchi. Ho visto un uomo portare sulle spalle una cinquantina di taniche legate tutte insieme. Scompariva dietro una massa di taniche di plastica, come un porcospino dietro ai suoi aculei.
Le donne portano i pacchi sulla testa. L’abitudine è così radicata che l’altro giorno ho visto una donna portare un trolley sulla testa!

Nicoletta Rolla
Sostenitrice di World Friends

Posted: 13/07/2010 13.48.39 by nairobi office | with 0 comments


Buongiorno a tutti!
Mi chiamo Jean-louis, ho 25 anni, mi sono appena laureato in medicina e lavoro come volontario al Neema, l’ospedale di World Friends a Nairobi. Cercherò nei prossimi mesi di raccontarvi un po’ di quella che è la vita in ospedale, ma prima di fare ciò mi piacerebbe cercare di farvi afferrare un po’ il clima che si vive qui, nella Nairobi di tutti i giorni.
Se comprate una guida del Kenya vedrete in copertina magnifiche foto di giraffe, rinoceronti, leoni stesi al sole con la savana dorata che si staglia all’orizzonte. Ebbene, Nairobi non è decisamente tutto ciò! E più che una Savana si direbbe una Giungla!
Una giungla di macchine, motociclette, camion, camioncini e matatu (piccoli pulmini da 11 posti che fanno da bus e che si trovano ovunque); una giungla di suoni, rumori, urla, musica, clakson, tubi di scappamento; una giungla di odori: dagli scarichi delle auto che sembrano all’istante entrarti fin nelle budella alla puzza nauseante dei rifiuti che ardono lungo la strada. Gli animali feroci non mancano, sono una moltitudine. Corrono, di qua, di là, in lungo e in largo, a destra e a manca. Attraversano semafori fatiscenti, si buttano tra una macchina e l’altra, spingono, si scontrano, imprecano. Alcuni giacciono ormai per terra con lo sguardo vuoto e senza speranza. Altri sembrano più tranquilli, in giacca e cravatta camminano distintamente e a testa alta per la strada. Molti sono “Mzungu” (uomini bianchi, letteralmente “qualcuno che vaga senza meta”), si direbbero i più innocui, anche se in realtà sono probabilmente i più feroci.

Povertà e ricchezza convivono a due passi l'una dall'altra, anche se la prima viene ben nascosta: le baraccopoli dove vivono milioni di persone non saltano infatti agli occhi come i grattacieli del centro, non le si vede facilmente passando in macchina. Contraddizioni su contraddizioni. La cultura occidentale, il capitalismo, il nostro beneamato progresso, invece di portare i loro lati migliori, hanno esportato i loro risvolti più tetri e stanno gradualmente distruggendo ciò che vi è di bello e autentico nella cultura Africana, esaltandone dall'altra parte i lati negativi.

Tutto ciò è la quotidianità di Nairobi. Ogni mattina mi ci trovo di fronte.
Alle 8.00 esco di casa e prendo il bus per andar in città e cerco di capire quanto devo pagare; sì, perché qua per il bus non c’è un biglietto fisso ma si paga in base al traffico!! Scendo poi dal bus per andare a prendere il matatu e mi ritrovo nella giungla. Devo quindi utilizzare tutte le mie energie mentali (che a quell’ora non sono peraltro un granchè!) per riuscire a districarmi nella fiumana, per non scontrarmi con la gente e per non farmi investire da qualche macchina. E non è così semplice, ve lo assicuro!
Arrivo poi dove si prende il Matatu, chiedo se va al Neema (mi dicono sempre si e poi la metà delle volte mi lasciano da un’ altra parte!), mi infilo allora in questa scatola di sardine, appiccicato ad altre due persone e spesso con mezza chiappa fuori dal sedile. Faccio normalmente per aprire la mia grammatica di Swahili, ma la richiudo al volo non appena partiamo quando viene accesa la musica: spesso sembra di essere davanti alle casse in discoteca. Non riesco nemmeno a sentire la mia voce quando parlo e, intontito dal frastuono, mi calo in un’atmosfera quasi surreale, da cui mi riprendo saltuariamente allo sbattere della testa su una qualche superficie metallica, sballottolato qua e là, quando per tagliare il traffico questi piccoli pulmini si lanciano fuori strada, innalzando peraltro enormi nuvole di polvere che non posso fare a meno di respirare.
Quando poi si tratta di pagare spesso e volentieri cercano di fregarmi e devo insistere per avere il resto...

Ed è così che, dopo circa un’ora di viaggio, quando intravedo il Neema in lontananza, cerco di divincolarmi velocemente fra sedili e persone, tiro con forza lo zaino che regolarmente rimane incastrato in qualche anfratto e scendo dal matatu.
Ci sono quasi, ora però arriva la parte più difficile: attraversare la strada! Thika road. Qui è forse l’unico momento in cui ho davvero paura. Le macchine sembrano non finire mai e ad un certo punto, volente o nolente, mi devo lanciare! Se c’è qualcuno del posto che attraversa con me sono un po’ più tranquillo, lo affianco stretto stretto, lo seguo passo per passo come fossi la sua ombra; quasi mi verrebbe voglia di prendergli la mano come facevo un tempo con la mia mamma. Se ho fortuna la attraverso tutta in un colpo, altrimenti rimango per un po’ nel limbo, in un corridoio invisibile, né di qua, ne di là, irrigidito come un birillo con le macchine che mi sfrecciano davanti e dietro. Penso allora fra me e me: ” Eh no, dai proprio adesso! Cacchio, ho 25 anni, son qui a cercare di fare qualcosa di buono e non avrebbe proprio senso lasciarci le penne così!” 
Trattengo la voglia di chiudere gli occhi, il fiato e appena intravedo un varco mi lancio oltre frontiera! Un respiro di sollievo, un centinaio di metri ed eccomi varcare le soglia dell’ospedale, salutando il guardiano con il solito “jambo” (salve).

Quando il cancello si apre sembra quasi di entrare in una dimensione parallela, un’oasi in mezzo alla giungla: il blu dei tetti che si mischia con l’azzurro del cielo, il verde delle aiuole, la gente che si muove con tranquillità, qualche camice bianco, l’aria che si fa più leggera. I pazienti che aspettano seduti davanti alla reception. Tutto è pulito, ordinato, al suo posto. Si percepisce la cura per il particolare e un sottile tocco di estetica. Mi sento così a mio agio, rilassato e dimentico quasi il trambusto che stavo vivendo fino ad un attimo prima.
Tutto ciò non è un lusso per privilegiati, ma, grazie agli sforzi di World Friends e al sostegno di tutti voi, è realtà anche per persone che non dispongono di nulla e che non posso pagarsi neanche le cure mediche di base: circa 100 pazienti al giorno ad oggi (il 50% del totale).
Due giorni fa nella “casualty” (il pronto soccorso/day hospital), ho visitato una signora sulla cinquantina con un tumore al seno in stadio avanzato che le aveva praticamente divorato la mammella: io pensavo fosse un esito di ustione perché era come fosse carbonizzata, atrofica, rattrappita con le squame di pelle morta che si staccavano al tatto e un’escoriazione che ha prontamente sanguinato non appena abbiamo tolto il cerotto. Probabilmente vi sarà stato un ritardo diagnostico e non so quanto tempo rimarrà ancora da vivere a questa povera signora. Sta di fatto che quando sono entrato nella stanza era lì tranquilla e mi ha fatto un gran bel sorriso, ha mantenuto la stessa serenità per tutta la durata della visita, interrotta solo da una smorfia di dolore allo strappo del cerotto, e ci ha infine sorriso ancor più dolcemente quando l’abbiamo salutata per andarcene.
Vi sono tanti fattori che potrebbero spiegare una reazione del genere: per esempio la non piena coscienza del problema (perché non si sa o perché non si vuole sapere) o le differenze culturali nel relazionarsi con la propria esistenza e con la morte.

Chissà però da dove sarà partita per venire a farsi medicare al Neema, chissà a che ora si sarà svegliata e che peripezie avrà dovuto affrontare per arrivare fin lì. Chissà quali vicissitudini dovrà affrontare ogni giorno.
E chissà che non sia merito anche di questa particolar atmosfera che si gusta una volta varcati i cancelli dell’ospedale se questa “mama”, come dicono qui, ci ha voluto regalare il suo bel sorriso...

Jean-louis Aillon
World Young Friends

Posted: 05/07/2010 10.01.16 by nairobi office | with 0 comments